Il rimpianto non significa che hai scelto male
Quando ci troviamo davanti a una decisione importante, raramente stiamo solo cercando di capire quale sia l'opzione migliore.
Di solito vogliamo qualcosa in più.
Vorremmo sapere che, una volta deciso, non ci ritroveremo a guardare indietro pensando che avremmo dovuto scegliere diversamente.
Vorremmo sapere in anticipo che il nuovo lavoro ci renderà più soddisfatti, che una relazione funzionerà, o che trasferirci altrove non ci farà sentire soli. Mettiamo sul piatto vantaggi e svantaggi sperando, in fondo, che esista una strada senza troppe perdite, conseguenze dolorose o dubbi futuri.
Nelle decisioni che contano davvero, una strada del genere quasi non esiste.
Ogni scelta importante apre una possibilità mentre ne chiude altre. Ci permette di costruire qualcosa, ma ci costringe anche a lasciare andare vite che avremmo potuto vivere scegliendo diversamente.
Non decidiamo soltanto ciò che faremo.
Decidiamo anche ciò che non faremo.
Scegliere, quindi, non significa semplicemente confrontare due futuri possibili e individuare il migliore. Significa accettare che qualsiasi futuro diventi reale sarà incompleto. Qualcosa verrà guadagnato, qualcos'altro andrà perduto, e quasi sempre ci sarà un prezzo da pagare.
La paura del rimpianto
Molta indecisione nasce proprio dal tentativo di evitare il rimpianto.
Non sempre siamo bloccati perché non riusciamo a capire le alternative. A volte le conosciamo piuttosto bene. Sappiamo quali sono i vantaggi, quali i rischi e, magari, sappiamo persino ciò che vorremmo davvero.
Eppure continuiamo a rimandare.
Quello che stiamo aspettando è una garanzia che nessuna decisione può offrirci: la certezza che la persona che saremo tra qualche anno approverà ciò che la persona che siamo oggi ha deciso di fare.
Ma quelle due persone non si trovano nello stesso punto.
Chi decide dispone soltanto di ciò che ha davanti adesso: le circostanze presenti, le proprie priorità, informazioni necessariamente limitate e un'idea incompleta di quello che succederà.
Chi guarderà indietro mesi o anni dopo conoscerà almeno una parte delle conseguenze. Potrebbe però non ricordare altrettanto bene come stavano realmente le cose prima di decidere, o perché quella scelta fosse sembrata necessaria.
È molto facile giudicare il proprio passato utilizzando informazioni che allora non avevamo.
Possiamo lasciare un lavoro perché l'ambiente è diventato insostenibile e, qualche mese dopo, rimpiangerne la sicurezza. Possiamo chiudere una relazione che ci faceva soffrire e, col tempo, ricordarne soprattutto i momenti belli. Possiamo trasferirci cercando nuove possibilità e, quando compare la solitudine, iniziare a idealizzare ciò che abbiamo lasciato.
In momenti del genere, il rimpianto sembra dirci una cosa molto semplice:
Hai scelto male.
A volte è vero.
Ma non sempre.
A volte il rimpianto sta soltanto registrando il fatto che la scelta fatta aveva un costo.
Ogni scelta contiene una perdita
Scegliere significa anche escludere.
Anche quando otteniamo ciò che volevamo, qualcosa deve essere lasciato indietro.
Accettare un nuovo lavoro significa perdere la familiarità di quello precedente. Restare significa rinunciare almeno ad alcune delle occasioni che avremmo potuto incontrare altrove. Impegnarsi davvero in una relazione chiude alcune forme di libertà. Dedicarsi seriamente a un progetto significa togliere tempo e attenzione ad altre parti della propria vita.
Una scelta può essere giusta e comportare comunque una perdita reale.
Non soffriamo soltanto perché commettiamo errori. A volte soffriamo perché qualcosa aveva valore e abbiamo dovuto lasciarlo andare comunque.
Forse non esisteva semplicemente un modo per conservare tutto.
La maturità, allora, potrebbe non consistere nell'imparare a scegliere senza perdere nulla. Potrebbe consistere nel capire che una perdita non è necessariamente la prova che abbiamo scelto male.
Finché tutte le possibilità rimangono aperte possiamo illuderci di non aver rinunciato a niente. Ma anche evitare di scegliere è già una scelta.
Scegliamo di restare fermi.
E anche restare fermi ha un prezzo. È soltanto più difficile accorgersene, perché spesso lo paghiamo poco alla volta.
Kierkegaard e l'impossibilità di sapere prima
A Kierkegaard viene spesso associata un'idea tanto paradossale quanto scomoda: sposati e te ne pentirai; non sposarti e te ne pentirai lo stesso.
Il punto non è che ogni decisione sia destinata a finire male.
È qualcosa di più profondo.
Siamo costretti a vivere andando avanti senza sapere davvero dove ci porteranno le nostre scelte.
Possiamo riflettere, raccogliere informazioni, valutare rischi, mettere in discussione le nostre motivazioni e cercare di comportarci responsabilmente. Quello che non possiamo fare è osservare in anticipo tutti i futuri possibili e confrontarne il risultato finale.
Non possiamo vivere entrambe le vite.
Non possiamo lasciare un lavoro e contemporaneamente restarci, per poi tornare indietro e scegliere la versione che ci ha reso più felici. A un certo punto dobbiamo agire senza avere la prova definitiva che la strada imboccata sia quella giusta.
Questo non significa che tutte le decisioni siano equivalenti, né che riflettere non serva.
Possiamo ignorare fatti importanti. Possiamo sottovalutare rischi evidenti. Possiamo scegliere per paura, impazienza o puro desiderio di credere che qualcosa funzionerà. Pensare con attenzione ci aiuta a riconoscere almeno alcuni di questi errori.
Quello che la riflessione non può fare è trasformare l'incertezza in conoscenza.
E arriva un momento in cui continuare a pensare non porta più chiarezza.
Produce soltanto altri scenari.
Altre possibilità.
Altri motivi per non decidere.
La realtà e la strada immaginata
Dopo aver scelto può iniziare un'altra distorsione.
La strada che abbiamo preso diventa reale.
E questo significa incontrarne le parti difficili: le frustrazioni che non avevamo previsto, i compromessi, gli errori, i limiti degli altri e anche i nostri.
La strada abbandonata, invece, non deve mai affrontare questa prova.
Proprio perché non l'abbiamo vissuta, può rimanere quasi intatta nella nostra mente.
Il lavoro che non abbiamo accettato non ha colleghi irritanti né giornate interminabili. La città in cui non ci siamo trasferiti non contiene solitudine, maltempo o nostalgia di casa. Una relazione che abbiamo lasciato può lentamente perdere il ricordo delle tensioni che ci avevano spinto ad andarcene.
Finisce così che confrontiamo due cose molto diverse.
Da una parte c'è una vita vera, piena di imperfezioni.
Dall'altra una possibilità rimasta nell'immaginazione.
È facile capire perché la seconda possa apparire migliore.
Non ha mai avuto la possibilità di deluderci.
Questo non significa che ogni dubbio vada ignorato. A volte un dubbio ci sta indicando qualcosa di importante. A volte una decisione deve davvero essere rimessa in discussione.
Vale però la pena chiedersi che cosa stiamo confrontando.
Stiamo valutando onestamente due possibilità?
Oppure stiamo mettendo il costo reale della vita scelta accanto a una versione ripulita e idealizzata della vita che abbiamo lasciato?
Quale dolore non sei più disposto a sopportare?
Quando non sappiamo cosa scegliere, tendiamo a chiederci quale possibilità ci renderà più felici, più soddisfatti o più realizzati.
Sono domande sensate.
Ma ci portano soprattutto a immaginare ciò che ogni scelta potrebbe darci, mentre prestiamo meno attenzione a ciò che ci chiederà in cambio.
Può allora essere utile aggiungere un'altra domanda:
Quale dolore non sono più disposto a sopportare?
Immaginiamo di non sapere se lasciare un lavoro.
Andarsene significa perdere familiarità e sicurezza. Potrebbe voler dire entrare in un ambiente sconosciuto, rimettersi alla prova e magari scoprire che il nuovo posto non è affatto ciò che speravamo.
Ma anche restare ha un costo.
Può significare trascorrere altri anni sentendosi bloccati, sottovalutati, annoiati, esausti o incapaci di crescere.
La scelta reale raramente è tra soffrire e non soffrire.
Potrebbe essere tra l'incertezza del cambiamento e il lento peso del restare dove siamo.
Quale prezzo non siamo più disposti a pagare?
Questa domanda non può dirci che cosa succederà.
Può però rendere visibile il costo del restare.
Ed è un costo che siamo sorprendentemente bravi a ignorare.
Il limite di questa domanda
Nemmeno questa domanda, però, basta.
Se prendessimo ogni decisione sulla base di ciò che non vogliamo più soffrire, rischieremmo di trasformare la nostra vita in una successione di fughe.
Potremmo evitare una conversazione importante perché l'imbarazzo ci sembra insopportabile. Potremmo abbandonare qualcosa che conta perché non tolleriamo la possibilità di fallire. Potremmo persino restare in una situazione profondamente insoddisfacente perché la frustrazione che conosciamo ci spaventa meno dell'incertezza.
Il dolore dal quale vogliamo fuggire non indica sempre la strada sbagliata.
A volte indica semplicemente il punto in cui incontriamo la nostra paura.
Alla prima domanda, quindi, ne serve un'altra:
Quale dolore sono disposto ad attraversare perché ciò che si trova dall'altra parte conta davvero per me?
Non tutto ciò che fa male è dannoso.
Imparare è spesso faticoso. Amare ci rende vulnerabili. Ogni cambiamento serio porta con sé una certa dose di insicurezza. Lasciare una vita familiare, anche quando non ci corrisponde più, può essere doloroso.
Questo non significa che la sofferenza vada glorificata.
Non c'è nulla di nobile nel soffrire soltanto perché si soffre, e l'idea che ogni difficoltà ci renda migliori può diventare facilmente una scusa per restare dentro situazioni distruttive.
Ma anche l'idea opposta può ingannarci.
La strada giusta non è necessariamente quella che fa meno male.
Dolore sterile e dolore significativo
Può essere utile distinguere, con una certa prudenza, tra dolore sterile e dolore significativo.
Il dolore sterile continua a ripetersi senza portarci da nessuna parte.
È restare per anni in una situazione che lentamente ci svuota. È continuare ad agire contro ciò che per noi conta soltanto per evitare un conflitto momentaneo. Continuiamo a pagarne il prezzo, spesso perché ciò che conosciamo ci sembra comunque meno spaventoso di ciò che potrebbe venire dopo.
Il dolore significativo è diverso, anche se può far male nello stesso modo.
È la fatica di ricominciare. La frustrazione di imparare qualcosa in cui all'inizio siamo incapaci. La difficoltà di stabilire un limite sapendo che qualcuno potrebbe rimanerci male. La solitudine che può arrivare dopo aver lasciato una relazione che sappiamo ci stava facendo male.
La differenza non è che un tipo di dolore sia spiacevole e l'altro no.
Entrambi possono fare male.
La differenza sta nel rapporto che hanno con ciò che per noi conta.
Forse, allora, la domanda diventa:
Quale sofferenza mi sta soltanto consumando, e quale appartiene a qualcosa che considero ancora degno di essere costruito?
La risposta non sarà sempre evidente.
Anche un progetto importante può trasformarsi in ostinazione. La perseveranza può diventare paura di ammettere che qualcosa è finito. E a volte restare richiede molto più coraggio che partire.
Queste domande non eliminano la necessità di giudicare.
Ci aiutano a farlo con maggiore onestà.
La difficoltà non è una prova
Quando una decisione comincia a mostrarci le sue conseguenze spiacevoli, tendiamo a interpretare il disagio stesso come una prova.
Il nuovo lavoro è estenuante.
Forse non avrei dovuto accettarlo.
La nuova città mi fa sentire solo.
Forse non avrei dovuto trasferirmi.
La conversazione ha creato tensione.
Forse sarebbe stato meglio stare zitto.
Ma la difficoltà non dimostra che abbiamo sbagliato.
Una scelta sensata può attraversare un periodo difficile. Qualcosa può essere giusto e renderci comunque tristi. Una relazione sana può richiedere conversazioni che preferiremmo evitare. Lasciare una situazione dannosa può farci sentire nostalgia per ciò che, nonostante tutto, aveva di buono.
Possiamo soffrire per ciò che abbiamo perso senza desiderarlo davvero indietro.
Possiamo sentire la mancanza di qualcuno sapendo che quella relazione non funzionava più.
Possiamo provare nostalgia per un vecchio lavoro e allo stesso tempo riconoscere che rimanerci ci avrebbe lentamente spenti.
Il rimpianto non è sempre un verdetto.
A volte è il lutto per una vita che non abbiamo scelto.
Scegliere senza garanzie
Forse una decisione matura non è quella che elimina ogni dubbio.
Forse è quella in cui abbiamo guardato con la maggiore onestà possibile sia ciò che desideriamo sia ciò che dovremo pagare per inseguirlo.
Prima di decidere possiamo chiederci che cosa speriamo di trovare. Che cosa dovremo lasciare indietro? Quale prezzo accompagna ciascuna possibilità? Quale forma di sofferenza non siamo più disposti a sostenere? E quali difficoltà siamo pronti ad affrontare perché quella direzione conta davvero per noi?
Tra tutte queste domande ce n'è un'altra che vale la pena farsi:
Sto cercando una risposta oppure una garanzia che nessuna risposta può darmi?
Non possiamo sapere in anticipo che cosa diventerà una decisione.
Possiamo però smettere di aspettarci che una delle strade sia priva di conseguenze.
Più avanti, quando arriveranno le difficoltà, potremmo comunque tornare con il pensiero all'alternativa. Non abbiamo bisogno di convincerci che sarebbe stata certamente peggiore.
Non possiamo saperlo.
Possiamo però ricordare perché, con le informazioni, i bisogni, le paure, le speranze e la consapevolezza che avevamo in quel momento, abbiamo scelto di non prenderla.
La vita che abbiamo scelto può essere difficile senza essere sbagliata.
Può costarci qualcosa senza essere stata un errore.
Può persino lasciarci un rimpianto senza che quel rimpianto cancelli le ragioni che ci hanno portato fin lì.
Non possiamo sempre scegliere il futuro nel quale soffriremo meno.
Forse, a volte, il massimo che possiamo fare è scegliere il prezzo che siamo disposti a pagare per qualcosa che per noi conta davvero — e una difficoltà che, per quanto spiacevole, appartenga ancora a una vita che possiamo riconoscere come nostra.